giovedì 21 ottobre 2010

Professori e alunni


L’amico Nicola Gilardoni, con il passar degli anni, non cambia mai: forse perché ha iniziato la sua carriera politica in un partito elitario e propenso a dare lezioni, il PRI (di cui peraltro rimpiango la tradizione di serietà), fa in fretta a salire in cattedra e a dispensare voti; voti di profitto, come a scuola, non voti elettorali, di cui – come ben sa – è solo provvisorio e precario beneficiario più per le divisioni altrui, che per la solidità delle proposte della sua coalizione (cfr. “La Prealpina” del 21 ottobre 2010, pag. 15).
Prendo atto che le mie Amministrazioni meriterebbero, a Suo dire, un cinque, cioè l’insufficienza; facciamo conto che sia vero (come non credo proprio lo sia) e valutiamo invece la votazione di 6- che si meriterebbe l’attuale governo cittadino.
Si tratta di una contraddizione da strabismo ideologico; infatti, nei primi sei mesi, questa soi disante nuova ed innovatrice Giunta si è distinta per un evidente immobilismo nella pratica e per un rutilante movimentismo nelle parole, di cui abbonda. Non si è ancora visto un progetto originale, ma soltanto l’inizio o la prosecuzione di progetti risalenti alle mie Amministrazioni, con qualche astuta inaugurazione in pompa magna per far credere di esserne gli autori. La sbandierata messa in sicurezza delle strade è, in realtà, una banale attività di manutenzione, di dubbia efficacia, che ogni Amministrazione ha sempre fatto; a questa si può aggiungere l’insistente e deviante richiamo a Palazzo Visconti, di cui non si sa che fare e con quali soldi, per distrarre l’opinione pubblica con abili manovre di propaganda ribattezzata partecipazione.
Se, quindi, un’Amministrazione consimile, che vive di eredità altrui e di segnali di fumo, si guadagna un 6-, come minimo, per logica, anche quelle precedenti si dovrebbero meritare la stessa votazione, per coerenza intellettuale.
A noi, senza false modestie, sembra invece che i risultati – senz’altro perfettibili, perché la perfezione non è di questo mondo – del decennio 1999-2009 siano quantomeno discreti; dubitiamo che la coalizione di cui il PD è l’anima preponderante sia invece in grado di arrivare presto ad un 7,5 – come preconizza il suo Segretario -; sicuramente non lo potrà fare con annunci infondati, come quello di voler riscattare il bilancio dalla sudditanza agli oneri di urbanizzazione: questo risultato, de facto, è stato già raggiunto, posto che la crisi generale e dell’edilizia in particolare ha ridotto ai minimi termini i proventi dall’edificazione, che è ferma, con la conseguenza che mancano i fondi anche per settori vitali del Comune.
Significativamente, al di là degli annunci di principio, questa Amministrazione non è stata in grado di dare una sterzata a sua immagine e somiglianza al bilancio, di cui non ha proposto alcuna importante variazione.

In questi frangenti, che da persone responsabili riconosciamo difficili per tutto il sistema Italia, eviteremmo pagelline improvvisate e di parte, che alimentano solo inutili quérelle in politichese, e ci applicheremmo di più all’amministrazione quotidiana, senza tanti sogni e con sano realismo.

Altrimenti, si sale in cattedra da Professori e si ritorna presto tra i banchi, da alunni.

domenica 17 ottobre 2010

Ricami (11): i revenants


Caduto Napoleone I, i nobili francesi noti come émigrés per essere fuggiti (e scampati) all’estero allo scoppiare della rivoluzione, rientrarono in patria, restituita alla sovranità assoluta di Luigi XVIII di Borbone, fratello del decollato Luigi XVI. Per loro, il mondo si era fermato al 13 luglio 1789, giorno antecedente la presa della Bastiglia, scoppio dei moti rivoluzionari: secondo gli aristocratici negazionisti, non era cambiato niente, la rivoluzione, la repubblica, il consolato, Napoleone e l’Impero non erano esistiti; la Francia se li doveva dimenticare, incominciava la restaurazione.
Furono chiamati revenants, dal plurimo significato di fantasmi, redivivi, ritornati.
Così dev’essere parso – siccome ieri udito durante la cerimonia per la consegna della Civica Benemerenza della Ciocchina e per il cinquantenario della concessione a Saronno del titolo di città – a taluni, ben aggregatisi alla nuova corte municipale, composta non solo dagli esponenti di maggioranza e dall’adattatosi apparato amministrativo, ma pure da tipiche figure funzionali, come l’aèdo aulico alla Corte di Vienna o il predicatore quaresimale alla Corte pontificia.
Una monumentale poetica vernacolare revenante ha rinnovato, previa rancorosa premessa, i fasti della democrazia partecipativa, come ai bei tempi anteriori all’odiato oscurantismo degli ultimi due lustri (un decennio, per fortuna, la metà di altri infausti ventenni, da cui ci protegge una sempre selettivamente invocata Costituzione evergreen): preclaro viatico per una Saronno futura che ha recuperato la sua genuina radice e, con essa, la sua salvezza.
Una brillante ed appassionata, giovanile cinquantenne – proclamata compendio dei nati nel 1960 - ha richiamato perentoriamente e con spirito profetico-missionario al radioso avvenire del velocipede.
Non avremmo potuto chiedere di più: ora sappiamo che a Palazzo, a Corte, si pensa paternamente a tutti noi, alla nostra educazione democratica e letteraria, alle nostre mobilità e motilità.
Peccato che non resterà traccia stampata di questi memorabili intenti, poiché il cinquantenario – per scarsità di mezzi – non sarà celebrato nemmeno con una piccola pubblicazione ad hoc, a quanto pare; resterà soltanto una modestissima, piccola targa in lucente similoro: eppure la Civica Sala Consiliare dedicata all’indimenticato Dott. Agostino Vanelli da un’Amministrazione à oublier avrebbe potuto ospitare una semplice lapide marmorea, a ricordo perenne di un evento di indubbia rilevanza nella nostra storia piccola, l’acquisto del titolo di città.

Accontentiamoci delle nozze coi fichi secchi, da strapaese.

In alternativa, per realizzare un volumetto commemorativo ed un ricordo lapideo, si potrebbe proporre una colletta, oggi così à la page.

Cerimoniale “democratico” e “cimici” convertite

La “cimice” (cimex lectularius), com’è noto, non è soltanto un fastidioso insetto “di pessimo odore, di colore fosco, che si annida nei letti, nel legname e ne’ buchi delle pareti” (così il Dizionario Etimologico di Ottorino Panigiani, 1907).

Durante il ventennio, veniva umoristicamente definito “cimice” il distintivo del partito allora unico. Il termine si è attestato, con significato dispregiativo, nell’uso della lingua viva, sicché ancor oggi è usato per descrivere sarcasticamente un segno distintivo, una rosetta (massime se portato all’occhiello) non gradita; vi è pure la “cimice” microspia, per definire un microapparecchio per intercettazioni ambientali.

Quando, nel 2000, introdussi un semplice distintivo raffigurante lo stemma del Comune di Saronno – consuetudine già presente da tempo immemorabile in gran parte dei Comuni italiani -, indossata dagli appartenenti all’Amministrazione e donata per cortesia a cittadini benemeriti, ad ospiti e, dal 2003, ufficialmente agli insigniti della Civica Benemerenza della “Ciocchina”, si alzarono grandi lai di disapprovazione e di scandalo da parte dell’allora opposizione di sinistra, che sulla propria stampa in piazza si esibì in acutissime e severe analisi tese a dimostrare la ridicolaggine podestarile di questo modesto segno della nostra comunità, immediatamente ribattezzato “cimice”, con sarcastica associazione al distintivo fascista.
L’acqua scorre lutulenta anche nel torrente Lura ed ecco che, anni dopo, con un’operazione di alta alchimìa transgenico-politica, la disprezzata “cimice”, una volta conquistato il Comune, miracolosamente diventa il venerabile simbolo della nostra città ed il neo-Sindaco si inventa uno stravagante cerimoniale per consegnare solennemente e con gesti scenografici il convertito distintivo ai Consiglieri Comunali ed agli Assessori nel corso di un’improbabile occasione, per certo non protocollare, all’inizio di un’ordinaria seduta del Consiglio.

Ovviamente, cambiata la mano appuntatrice del distintivo, l’odiata cimice si tramuta in epifanìa della restaurata democrazia ed i destinatari di esso la collocano grati, compunti e seriosi sul bavero della giacca.

Un “miracolo” progressista e solidale, che ricorda la taumaturgica imposizione delle mani agli scrofolosi da parte degli appena incoronati e consacrati Re di Francia a Reims. Ma anche Re Mida dal tocco d’oro impallidirebbe di fronte a cotanta trasformazione: la stessa “cimice” rievocativa del P.N.F. è oggi, per il nuovo cerimoniale del Comune di Saronno “riformato” secondo il rito obamico, il distintivo democratico di una comunità salvata, accogliente, partecipativa e solidale, miticamente progressista.

Un motivo di più per capire l’attualità della biblica confusione delle lingue (Genesi, 11, 1-9): Babele è ancora tra di noi, con la seduzione dell’uso spregiudicato e strumentale della parola.

giovedì 14 ottobre 2010

Eques


Oggi pomeriggio riceverò dal Sig. Prefetto di Varese il diploma con cui il Presidente della Repubblica, il 2 giugno scorso, Festa della Repubblica, mi ha nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Si tratta per me, inutile nasconderlo, di motivo di orgoglio e di onore, un segno pubblico che, riflettendo, penso sia legato all’impegno che ho dedicato alla mia città nel decennio 1999-2009.
La concessione dell’onorificenza non ha una motivazione dettagliata; la legge istitutiva dell’O.M.R.I. ed il suo Statuto si riferiscono genericamente allo scopo di "ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione (...) nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari (...)", dal che deduco che si siano riconosciute nelle mie attività i requisiti occorrenti per la decorazione.
Mi piacerebbe, tuttavia, poter credere che il Capo dello Stato, nel firmare il decreto di nomina, abbia avuto presenti la fatica, le ansie, i dubbi, la pazienza, la trascuratezza di sé e dei propri familiari, il tempo permanentemente dedicato alla comunità, le forti responsabilità che le migliaia di Sindaci e di Amministratori Comunali – le autorità più vicine ai concittadini, con i quali condividono la vita quotidiana – affrontano silenziosamente ogni giorno, al di là dell’apparenza degli apparati e dell’esercizio di funzioni spesso scambiate per esercizio del potere per sé stesso o per ricerca di privilegi.
Malgrado questi momenti di crisi della politica e di sfiducia montante nei confronti di essa, rimango convinto che gli Amministratori Comunali, seppure con le difficoltà derivanti dal loro carattere, dalla loro educazione, dalla loro cultura, siano nella massima parte una risorsa vera per il nostro ordinamento, poiché impegnano sé stessi nel fare, non tanto nel discutere, e sono costantemente sottoposti, con la loro faccia, al giudizio rigoroso dei loro cittadini: non da lontano, da un mondo ovattato e sovente astratto dove ci si chiama onorevoli, ma da vicino, gomito a gomito con i propri amministrati.
Se fosse così, sarei ancora più contento per un riconoscimento che sento diretto a me come “riassunto” degli altri Amministratori che – ciascuno con la propria funzione - mi hanno aiutato generosamente nello svolgimento dei miei còmpiti e dei miei doveri verso la Città a cui sono intimamente legato e gratissimo e di cui rimango a disposizione, senza pretesa alcuna,  per quanto abbia potuto imparare.
Adesso non mi resta che imparare ad andare a cavallo.

mercoledì 13 ottobre 2010

Silentium


Esiste qualcosa di più grande e più puro
rispetto a ciò che la bocca pronuncia.
Il  silenzio illumina l'anima,
sussurra ai cuori e li unisce.
Il  silenzio ci porta lontano da noi stessi,
ci fa veleggiare
nel firmamento dello spirito,
ci avvicina al cielo;
ci fa sentire che il corpo
è nulla più che una prigione,
e questo mondo è un luogo d'esilio.

K. Gibran, Le ali spezzate




sabato 18 settembre 2010

RUBRO SIGNANDUS LAPILLO


Dopo sei mesi fiacchi, contrassegnati da meri segnali di fumo, sboccia a metà settembre la vera stagione della nuova Amministrazione saronnese.
Le omiletiche ed ispirate esternazioni del Signor Sindaco, apparentemente innocue ed istituzionali, ispirate al suo inaspettatamente riconquistato ruolo (rectius: rango, come suole dire parlando di sé alla terza persona singolare), sono soltanto un velo nebbioso per mascherare un’inconsistente realtà, lo zoccolo duro della sua coalizione di sinistra, che – tuttavia – emerge in luce meridiana tramite le incontrollate ed inaspettate dichiarazioni del suo assessore Prof. Giuseppe Nigro.A dispetto del cognome, infatti, Costui risplende in una luce profondamente rossa e dimostra quanto il massimalismo di sinistra sia l’autentico abito mentale di molti che oggi ci governano.
Dice il Prof. Nigro: “I saronnesi sono troppo arrabbiati e individualisti c’è bisogno di cambiare la mentalità e riavviare la partecipazione, annullata da dieci anni con un alcalde-podestà che ha ridotto i cittadini ad attori di un cerimoniale”; prosegue: “Credo sia necessario pensare a diverse modalità di gestione della vita cittadina… Credo che, al di là delle opere che realizzeremo, a dare valore all’attuale amministrazione sarà proprio il nuovo clima, le nuove regole e la nuova modalità di fare politica che sapremo dare a Saronno”.Intenti chiarissimi, metodo schiacciasassi.
Dunque, l’obiettivo è la palingenesi, la rigenerazione dei Saronnesi, di cui si vuole cambiare la mentalità, combattere l’individualità in omaggio alla teoria delle masse, pudicamente ridefinita con il fatale sinonimo di partecipazione. Ovviamente al di là delle opere che si realizzeranno, perché preme anzitutto erudire il pupo, creare l’uomo nuovo, dopo due lustri di presunto oscurantismo.
In questo sinottico manifesto etico-politico, trovano naturalmente posto privilegiato il dileggio e lo sprezzo per chi c’era prima; con il ricorso allo stantìo e facile strumento dell’offesa, in mancanza di altri argomenti, si ingiuria il Sindaco dal 1999 al 2009, dipingendolo – con sottile richiamo subliminale – quale un alcalde (che cosa c’entri il vocabolo spagnolo non si capisce; probabilmente è stato usato con significato sarcastico da repubblica delle banane) e, in più, come podestà (qui si capisce benissimo dove l’ìnclito Esternatore voglia andare a parare: all’associazione con il fascismo del suo avversario-nemico, liberamente eletto due volte dai Saronnesi; sillogismo semplice semplice, di cui si nutrono gli studiosi di filosofia: i podestà fascisti annullavano la partecipazione; l’alcalde-podestà ha ridotto i cittadini ad attori di un cerimoniale; l’alcalde-podestà è dunque fascista).
Non vale la pena di restituire pan per focaccia, stante l’evidente infondatezza di consimili contorcimenti verbali, sulla cui portata offensiva sorvoliamo senza fatica (pur manifestando sorpresa e meraviglia per la fonte, del cui equilibrio non avevamo finora mai dubitato).
Piuttosto, vale la pena di sottolineare l’irragionevolezza e la contraddittorietà di simili improvvisate dichiarazioni, che fanno a pugni con precedenti, pubbliche considerazioni di tutt’altro tenore.
Per esempio, ecco come si pronunciava l’Assessore Nigro in Consiglio Comunale il 6 luglio scorso (due mesi fa!), presentando la delibera di aggiornamento del Piano Territoriale degli Orari, l’operazione “Tempi della Città” nata per iniziativa dell’alcalde-podestà nello scettismo dei più: “Questa delibera ci consente di affrontare un tema piuttosto importante per la nostra città… Il piano territoriale degli orari consta di scelte pregresse delle amministrazioni scorse piuttosto importanti che hanno portato alla definizione di azioni che hanno teso a migliorare la qualità della vita della popolazione saronnese. Ringrazio per le osservazioni e i suggerimenti quanto mai opportuni (si riferisce al mio intervento in Consiglio Comunale). Quanto fin qui avvenuto per quanto riguarda i Tempi della città, credo di averlo già espresso in altre circostanze, merita una valutazione assolutamente positiva, quindi quando le cose sono state impostate e fatte con spirito e metodo positivi vanno recepite e implementate, le cose positive non vanno messe in discussione ma vanno semmai valorizzate. Quindi in buona sostanza concludo dicendo che siamo sicuramente un Comune virtuoso da questo punto di vista”.
Si trattava di un progetto connotato da una fortissima forma di partecipazione dei cittadini e delle categorie, che infatti vi hanno aderito con entusiasmo, con il successo della giornata del cittadino e del piedibus esteso a decine e decine di scolari.
Allora, l’alcalde-podestà riduceva i cittadini ad attori di un cerimoniale o ne fomentava l’attiva partecipazione per migliorare la qualità della vita della popolazione saronnese, secondo le parole dello stesso odierno detrattore?
Parimenti, il Signor Sindaco si è espresso ripetutamente in pubblico e in privato in modo esornativo su un’altra iniziativa di partecipazione voluta dal suo predecessore alcalde-podestà e che continua a coinvolgere moltissimi Saronnesi: il gemellaggio con Challans. Al ritorno dalla ville jumelle, il Signor Sindaco ha dichiarato con entusiasmo di avere vissuto un’esperienza meravigliosa, di popolo, cosicché ci sarà uno sforzo da parte dell’Amministrazione per mantenere vivo il Comitato di gemellaggio e per ampliarne l’attività, per offrire una grande opportunità ai nostri studenti ed anche al nostro commercio.
Il gemellaggio fu snobbato e da qualcuno addirittura deriso o visto come presunta occasione di allegre vacanze per gli allora Amministratori, misconoscendone la fatica per far decollare e consolidare l’iniziativa, ben presto confortata da una massiccia partecipazione di cittadini: ora viene magicamente riscoperta e valorizzata; evidentemente, era meritoria; sentiremo come risponderà il Signor Sindaco ad un’interpellanza in punto.
Fermiamoci qui, per ora: dobbiamo solo rilevare, da ultimo, che la provvisoria apertura di credito data alla nuova Amministrazione da parte nostra con ragionevolezza e responsabilità si sta purtroppo annullando rapidamente di fronte alla realtà di una Giunta che annaspa e non produce nulla: sinora ha solo “amministrato” ciò che le è stato lasciato (e finanziato), magari assumendosene il merito con astute cerimonie, ovviamente più belle perché definite popolari; non ha ancora prodotto nulla di originale, si è limitata – per inerzia – alla continuità ed alle molte parole.
Ma la parola non basta, occorrono i fatti, le azioni, le opere; i Saronnesi si aspettano queste, non i rattoppi a macchia di leopardo nelle strade (destinati a sgretolarsi ai primi geli) o i Vigili in bicicletta (bella novità, ne erano dotati da anni, anche di velocipedi elettrici!), altro che nuovo clima (ovviamente indipendente dalle opere, come vagheggia l’Assessore Nigro, mettendo le mani avanti).
Contano i fatti; nelle parole, specialmente nei paroloni ispirati, la sinistra è vincente; nella concretezza dimostra di avere già perso.
Buona fine settimana!

martedì 31 agosto 2010

Le belle amicizie


Il dittatore libico (rectius: la guida a vita della rivoluzione) Gheddafi si è nuovamente "attendato" a Roma, per "festeggiare" il secondo anniversario dello "storico accordo" con l'Italia.
Che cosa ci sia da festeggiare per gli Italiani non lo capisco: dal 1912 al 1944, la Libia ha ricevuto dalla nostra politica coloniale sui generis un fiume di investimenti in opere pubbliche, molte delle quali tuttora esistenti ed usate, come ho avuto modo di costatare di persona qualche anno fa in un viaggio colà. Porti, aeroporti, ospedali, scuole, strade, acquedotti, fattorie (queste invece abbandonate... Bisogna lavorare la terra...), edifici pubblici, acquedotti, campagne archeologiche, musei, reti elettriche, ecc., ecc.
Non sapevano, i coloni italiani, dell'esistenza dei ricchi giacimenti di petrolio, che invece gli Inglesi hanno bellamente sfruttato dal 1945 al 1960, ricevuta gratis dall'ONU la Libia come in amministrazione coloniale dopo la seconda guerra mondiale (agli Italiani fu invece assegnata l'amministrazione fiduciaria della Somalia sino al 1960, che notoriamente non era ricca di nulla, se non delle piccole banane, per le quali nel nostro Paese ci fu il monopolio, con la creazione di un appòsito ente - l'Ente Nazionale Banane, tuttora esistente anche se inutile -, sicché sino agli anni sessanta del secolo scorso sulle nostre tavole potevano comparire solo le bananine somale).
Preso il potere con un colpo di Stato il 1° settembre 1969, Gheddafi depose il Re Idriss (esule a Roma) e scacciò tutti i 20.000 superstiti Italiani residenti in Libia, confiscandone ogni proprietà; ancora oggi in Libia il 7 ottobre si celebra la festa della "vendetta" per ricordare l'evento.
Dopo anni di politica aggressiva e terroristica, dai molti tratti oscuri e sanguinosi, su cui non m'intrattengo, la "guida della rivoluzione libica" è riuscito a negoziare un accordo - gravosissimo per l'Italia - come risarcimento dei danni che gli Italiani avrebbero compiuto durante l'occupazione coloniale: in base al trattato di Bengasi, l'Italia pagherà 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l'occupazione militare (di cui 3,5 miliardi per la costruzione di un'autostrada panlibica); per contro, la Libia si è impegnata a combattere l'immigrazione clandestina dalle sue coste ed a favorire gli investimenti nelle aziende italiane.
Che Gheddafi, da 41 anni indiscutibile "sovrano assoluto" di quel Paese sia soddisfatto è sicuramente comprensibile; che - invece - con toni gàrruli e spensierati si professi tale anche il nostro Presidente del Consiglio mi allibisce; l'astuto Gheddafi, in cambio di 5 miliardi di dollari, infatti, ha ottenuto una "dichiarazione di colpevolezza" da parte italiana, l'unica ex potenza coloniale che si sia riconosciuta responsabile di depredazioni; chissà perché la Libia non ha ottenuto lo stesso risultato dalla Gran Bretagna, che dal 1945 sino al 1969 ha lucrato somme impensabili con lo sfruttamento del petrolio libico... (si è però guadagnato nel 1988 un bel disastro aereo in Scozia, dovuto ad un attentato, con 270 morti...).
Ed ecco ancora Gheddafi ospite onoratissimo a Roma (questa volta non si è dovuto chiudere il Parco di Villa Doria Pamphili per installarvi la "mitica" tenda beduina del fantasioso dittatore, oggi collocata nei giardini della sua ambasciata sulla Cassia) che si trasforma in teologo missionario, impartendo una lezione di Corano a centinaia di figuranti (per lo più belle ragazze pagate) per annunciare profeticamente che l'Islàm è bene diventi l'unica religione per l'Europa, poiché Maometto è stato l'ultimo Profeta.
Il neoapostolo musulmano abusa della nostra ospitalità: è lecito supporre quali sarebbero state le reazioni dei Paesi islamici se un governante europeo fosse andato da loro a predicare la conversione al cristianesimo? Magari alla Mecca, dove nessun "infedele" è ammesso e, se scoperto, punito con l'immediato taglio della testa?
Ma abusa anche del Corano, di cui dimentica (come tanti altri islamici) un versetto importante: "Se Allah avesse voluto, vi avrebbe fatti tutti della stessa religione. Non lo ha fatto perché ama che gli uomini gareggino tra loro in buone opere".
E poi... non solo è dubbio che Maometto sia stato l'ultimo profeta, ma c'è una differenza sostanziale ed essenziale rispetto a Cristo, che non è un profeta, ma - per i Cristiani di ogni confessione - è figlio di Dio e Dio egli stesso.Orbene, se per fermare l'immigrazione clandestina dalla Libia (si tratta di migliaia di disperati giunti colà dalle terre più diseredate dell'Africa) - che magari l'ha fomentata e sicuramente l'ha usata come argomento di pressione e di convinzione per l'Italia - il nostro Governo ha dovuto mandare giù rospi giganteschi ed inginocchiarsi alle pretese di un sàtrapo inaffidabile, mi vergogno e come italiano e come cristiano; non basteranno i buoni affari che Gheddafi, finché vorrà e gli sarà conveniente, concederà alle imprese italiane (le pagherà??) a ridare decoro e dignità alla nostra Nazione che, nel bene e nel male, è comunque una solida democrazia e non ha bisogno di lezioni - men che meno di conversioni religiose - da chi (come ho visto con i miei occhi) non ha esitato a stravolgere il ricco museo storico-archeologico realizzato dagli Italiani a Leptis Magna (città in Libia natale dell'Imperatore romano Settimio Severo) per installarvi il "museo della rivoluzione verde" a glorificazione di sé stesso.
Va bene che nella politica estera si deve essere realisti; ma tra ciò e il servilismo v'è ancora differenza.
L'intesa di Bengasi non mi sembra affatto una bella amicizia.
Buono e rapido rientro in patria a Muammar al Gheddafi, guida della rivoluzione.