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domenica 29 aprile 2012

Quousque tandem abutere patientia nostra?


Il secolo XX è stato definito il secolo del martirio, dal titolo efficace del documentatissimo e pietoso libro omonimo di Andrea Riccardi  (“Il secolo del martirio: i cristiani nel novecento”, Mondadori, Milano, nuova edizione 2009), ispiratore della Comunità di Sant’Egidio ed oggi Ministro del Governo Monti:  «Questo libro – la cui attenta lettura mi permetto di consigliare a tutti, inclusi gli occidentali che si vergognano delle proprie radici - si mette al servizio della memoria di tante donne e di tanti uomini morti nel Novecento perché cristiani. Non è solo la storia di qualche cristiano coraggioso, ma quella di un martirio di massa. Un mondo di deboli e di vinti. La storia del loro assassinio è quella della loro debolezza e della loro sconfitta. Su questo il XXI secolo è chiamato a riflettere, per meglio comprendere la storia del secolo passato e anche per cogliere quale sia oggi la “forza” del cristianesimo. Un fenomeno enorme, che ha coinvolto almeno tre milioni di martiri, uomini e donne con storie terribili e in buona parte sconosciute, alla cui memoria questo volume rende omaggio ».
Siamo ormai nella seconda decade del secolo XXI, ma la cronaca è tutt’altro che rassicurante in materia di libertà religiosa e di rispetto per i diritti umani: è di oggi la notizia dell’ennesimo massacro di cristiani in Nigeria ed anche, new entry, in Kenya: “Domenica di sangue nelle chiese cristiane in Nigeria e in Kenya, dove delle esplosioni hanno provocato almeno venti morti, tra cui un sacerdote, e diversi feriti”; ancora: “Domenica di sangue: almeno venti i morti in Nigeria dopo un assalto con esplosioni e sparatorie nel nord. A Nairobi invece una persona ha perso la vita e altre dieci sono state ferite da una granata lanciata in chiesa”.
Tutto ciò dopo che, nei primi mesi del 2012, dolorosi episodi simili si sono verificati, con inaudita violenza, sempre in Nigeria, nel Sudan del Sud (appena dichiarato indipendente e già sotto attacco della Repubblica Islamica del Sudan), in India, in Egitto (cristiani copti).
La Commissione degli USA in materia di libertà religiosa, nel suo ultimo rapporto annuale, il quattordicesimo, individua i Paesi più attivi in sede persecutoria:  Birmania, Cina (comunista), Egitto, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Arabia Saudita, (nord) Sudan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam, cui si aggiunge l’Afghanistan; i cristiani non  sono l'unico gruppo religioso perseguitato in questi paesi. Ma, i cristiani sono l'unico gruppo perseguitato in ognuno di essi, come annotano  Newsweek e The Economist , secondo cui la stragrande maggioranza dei perseguitati per motivi religiosi in tutto il mondo sono i appunto i cristiani. Globalmente, questa persecuzione è vissuta da tutte le tradizioni di fede cristiana: cattolica, ortodossa, evangelica, pentecostale e protestante.
La persecuzione si sta intensificando ora nel mondo musulmano, o in forma aperta (come in Egitto, Tunisia e negli altri paesi della primavera araba, laddove i vincitori delle elezioni, di chiara matrice islamica, hanno apertamente dichiarato la loro intenzione di pulizia religiosa) o con mezzi più sofisticati, con misure più sottili, come in Turchia, che producano senza dare nell’occhio l 'eliminazione delle minoranze cristiane e non-musulmane attraverso un groviglio di vincoli burocratici che ostacolano la capacità delle chiese di amministrarsi e, in alcuni casi, anche di riunirsi per il culto. In Turchia, sede dei più antichi e venerabili Patriarcati (Costantinopoli, Efeso, Antiochia), le minoranze cristiane lottano per trovare luoghi in cui possano celebrare funzioni, si vedono negati i seminari in cui formare il clero futuro, agli ecclesiastici è vietato indossare l’abito clericale in pubblico, non hanno il diritto legale di essere riconosciuti come chiese, con norme sicure a tutela dei diritti di raccogliersi liberamente in spazi sacri per matrimoni religiosi, battesimi e funerali e di praticare pienamente la propria religione.
Il secolo del martirio, dunque, si perpetua con il sangue già abbondantemente sparso in questo dodicennio del secolo XXI, che si scontra paradossalmente con il silenzio e la minimizzazione da parte dell’opinione pubblica cristiana, disattenta, svogliata e concentrata esclusivamente sui tormenti della crisi economico-finanziaria: una sorta di complicità implicita, di chi gira la testa dall’altra parte o la seppellisce, come lo struzzo.
Fino a quando questa renitenza a riconoscere la realtà: dobbiamo attendere che succeda anche da noi quel che accade in Paesi non poi così lontani dall’Italia e dall’Europa?
Fino a quando i persecutori (che non sono improvvisati, ma animati da fanatico spirito assolutista) potranno abusare di questa “pazienza” imbelle degli occidentali svagati e secolarizzati?
Intanto, il sangue continua a scorrere e la gloriosa schiera dei martiri si infittisce a vista d’occhio.

lunedì 16 aprile 2012

Siria, "primavera araba", occidente, Italia


Il notevole intervento di MagdiCristiano Allam  ci pone di fronte a seri dati di fatto.
Alla faccia delle anime belle che continuano a parlare di "primavera araba" (abbiamo visto chi ha vinto le elezioni democratiche in Egitto e Tunisia…), continuiamo ad assistere ad una situazione di grave difficoltà per l’effettivo esercizio della libertà religiosa non solo nei Paesi del Medio Oriente, ma in gran parte del mondo: difficoltà attuali, come prosecuzione di una tendenza persecutoria sviluppatasi con particolare virulenza nel secolo XX nei confronti dei cristiani di tutte le confessioni; significativamente proprio nel secolo in cui si sono riconosciuti con solenni dichiarazioni universali contenute in trattati internazionali:
-          la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948;
-          la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo del 1950:
-          la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo del 1981.
Mentre i primi due documenti non pongono limiti, se non quelli dell’ordine pubblico e del buon costume, alla libertà religiosa – intesa come declinazione dei diritti nativi di ogni uomo – la dichiarazione islamica  restringe il concetto di libertà religiosa alla compatibilità con il concetto di persona e di comunità dell’Islàm, fondato su una legge divina.
Istruttivo, in tal senso, l’art. 12 (Il diritto alla libertà di pensiero, di fede e di parola): “ Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia, fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito. Nessuno infatti ha il diritto di propagandare la menzogna o di diffondere ciò che potrebbe incoraggiare la turpitudine o offendere la Comunità islamica” (nel 1990 è stata proclamata la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell'Islam, il cui art. 10 dice semplicemente: “l'Islam è una religione intrinsicamente connaturata all'essere umano. È proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull'uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un'altra religione o all'ateismo”).
La forma eufemistica più frequente per comprimere – se non per negare tout court – la libertà religiosa è appunto l’apposizione di limiti al suo esercizio, tanto più pericolosi, quanto più discrezionali e demandati all’interpretazione e all’applicazione da parte di autorità amministrative/giurisdizionali o istituzioni espressione di un culto dominante.
Questo il futuro della Siria (dove il 10% della popolazione è cristiano)? Imposto da questa Europa?
Annota Magdi Cristiano Allam: “Che credibilità ha l’Occidente quando non ha esitato a bombardare la Libia, massacrando i civili e distruggendo il patrimonio pubblico, per creare dalle macerie un piano di ricostruzione stimato in mille miliardi di euro? Sarebbe democrazia quella che oggi vede la Libia perennemente in conflitto al suo interno con il rischio dello smembramento dello Stato? Sarebbe democrazia il Parlamento egiziano monopolizzato per circa il 75% dagli integralisti e dagli estremisti islamici che predicano la sharia? Sarebbe democrazia la repressione della libertà d’espressione e dei movimenti laici in Tunisia? Sarebbe democrazia la crescita del potere e del radicamento territoriale di Al Qaeda nello Yemen? Sarebbero democratici Hezbollah in Libano e Hamas nei Territori palestinesi che legittimiamo come interlocutori politici? Sarebbero democratici i regimi dell’Arabia Saudita e del Qatar che sosteniamo e usiamo per favorire l’avvento al potere degli islamici in Siria?”.
La Siria farà la fine dell’Iraq circa il trattamento delle minoranze cristiane (martirizzate o costrette a fuggire)?
Conclude Magdi Cristiano Allam:“Almeno in Siria fermiamoci prima che sia troppo tardi! Imponiamo al regime di Assad di avviare un percorso democratico con il coinvolgimento dei soggetti politici che condividono i diritti fondamentali della persona, i valori assoluti e universali della sacralità della vita, della pari dignità tra uomo e donna, della libertà di scelta religiosa, e il principio della pacifica alternanza al potere. Ma basta con la follia dell’innamorarci dei nostri carnefici e della scelta del suicidio!”.
Purtroppo, abbiamo in mente solo tasse e prelievi abbondantemente dispensati dal Governo Monti-Fornero & Professori, che ci distrae da quello che succede nel mondo; e che si distrae a quanto accade agli Italiani nel mondo (si veda l’incredibile vicenda dei marò in India, ora prigionieri delle ferie dei signori giudici…).

sabato 3 dicembre 2011

Il vero volto della primavera araba


Con grande esultanza, gli osservatori occidentali, al pari dei loro governanti, hanno salutato, da gennaio in poi, la c.d. primavera araba che, dalla Tunisia, all’Egitto, al Marocco, allo Yemen, a Bahrain, alla Siria, alla Libia, sino addirittura all’Arabia Saudita ha visto le folle scendere in piazza (e alle armi) e, con la forza di Facebook, deporre alcuni regimi di lunga durata.
Finalmente, dopo un periodo di decantazione, in alcuni di questi Stati si è arrivati alle elezioni, democratiche all’occidentale.
In Tunisia, in Marocco e ora in Egitto i partiti islamici – più o meno fondamentalisti o moderati - hanno conquistato la maggioranza; c’è da presumere che sarà così prossimamente anche in Libia e che lo sarebbe pure nello Yemen e in Siria (una volta liberatesi dai rispettivi dittatori); in Turchia, un forte partito islamico è già democraticamente al potere, alla faccia del laico fondatore Atatürk.
Francamente, non ho provato soverchia esultanza per queste rivoluzioni primaverili, di cui ora si scopre il vero volto: quello della progressiva islamizzazione dei governi e degli ordinamenti di quei Paesi, con il Corano fonte unica e suprema di ogni legge.
Così, con il plauso degli acuti (si fa per dire) osservatori, ci ritroviamo le coste meridionali del Mediterraneo unite e compatte come un sol uomo, tenute insieme dall’ispirazione religiosa, fattasi politica.
C’è poco da stare allegri; il concetto di democrazia del mondo occidentale non è compatibile con gli ordinamenti monoconfessionali: è una questione di mentalità, che gli occidentali, secolarizzati e relativisti, non riescono a capire, giacché considerano il loro concetto di democrazia come l’unico valido ed accettabile.
Invece, altri la pensano diversamente e sono più convinti di noi dei loro sistemi.
Come finirà, alla lunga?
Diventeremo tutti dhimmi?

martedì 11 ottobre 2011

L'involuzione d'Egitto



Ritorna prorompente alla ribalta la questione delle persecuzioni dei Cristiani Copti in Egitto: violenti scontri al Cairo, con la repressione delle proteste dei Cristiani autoctoni, che reclamavano inanemente la destituzione del governatore di Assuan, dov’era stata distrutta una chiesa copta dalla furia islamica.
La brutale reazione e delle forze di polizia e dell’esercito ha prodotto la morte di 25 egiziani copti ed il ferimento di almeno altri duecento fedeli.
Purtroppo, fatti di questo genere continuano a ripetersi nel grande paese africano, dove – di fronte alla preponderante maggioranza musulmana – si erge come un ormai traballante baluardo della cristianità la comunità copto ortodossa (con una piccola parte cattolico-copta), diretta discendente di una delle grandi Chiese apostoliche, quella di Alessandria d’Egitto, patria di nobilissimi teologi e santi della Chiesa primitiva, fondatrice del monachesimo eremitico nel deserto con Sant’Antonio abate.
Dopo la conquista araba, nel VII secolo (“il Cairo” significa “la vittoriosa”, per la battaglia finale che segnò la loro conquista di questa terra), la minoranza cristiana-copta, tra vessazioni e cicliche persecuzioni, ha resistito numerosa sino ai nostri giorni; ma il declino è inevitabile, se si pensa che nel 1952, deposto Re Faruk, i copti – allora il 25% della popolazione – si sono ora ridotti al 10%, sovrastati dal clima di ostilità permanente e di prepotenze amministrative (noi che ci preoccupiamo, giustamente, del divieto di discriminazioni, dovremmo inorridire al solo pensiero che in Egitto, sui documenti personali, compresa la carta d’identità, è obbligatorio indicare la religione professata; altro che la privacy!).
A gennaio di quest’anno, pochi giorni prima dello scoppio della frettolosamente intitolata “rivoluzione” in Egitto, avevo avuto il sentore di una certa fibrillazione malcelata; visitando il convento di S. Caterina sul Sinai e la bellissima cattedrale copta di Sharm-el-Shek, poche settimane dopo l’ennesima strage di cristiani al Cairo, dove una chiesa era stata data alle fiamme da attentatori islamici, ho percepito la tensione, plasticamente dimostrata dalla forte presenza di militari, dai controlli di polizia intorno ai luoghi di culto  cristiani, dai cavalli di frisia che ne delimitavano l’accesso;  situazione ancora più pericolosa di quella costata ad agosto 2009 nella cittadella copta del Cairo, come segnalavo su queso blog, ove parlavo – appunto – della resistenza cristiana dei Copti.
La rivoluzione di quest’anno in Egitto, come in Tunisia ed in altri Paesi arabi, ha fatto gridare al mondo che un nuovo evento di pace e di democrazia si era miracolosamente verificato in quelle plaghe; sembrava di essere tornati alla primavera di Praga o alla rivoluzione dei garofani in Portogallo.
Analisi superficiali e fonte di equivoci luoghi comuni, subito ricompresi nelle tante leggende metropolitane del c.d. politically correct, molto à la page tra europei e nordamericani, irriflessivamente portati a guardare con una certa ingenuità ai sommovimenti popolari e ad ignorare come, invece, siano eterodiretti.
Quale rivoluzione c’è stata in Egitto? 
Dal susseguirsi degli eventi (lo vedremo tra poco con le imminenti elezioni in Tunisia), è sempre più evidente la matrice ideologico-religiosa di questi movimenti popolari; una matrice di natura musulmana, quella dei Fratelli Musulmani e degli altri raggruppamenti fideistici fondamentalisti, che vagheggiano l’imposizione dell’Islàm come unica fonte del potere costituito e della legge (non sarà certo sfuggita l’improvvisa accelerazione neoislamica del governo turco, monocolore confessionale, che sta cambiando la democrazia laica voluta da Atatürk nel tentativo di prendere le redini di un moderno neosultanismo ottomano, esteso ai Paesi dell’antico impero della Porta, con un révirement di 180° nella politica verso Israele, da storico amico a nemico).
Non mi meraviglio, poiché ho ben capito quanto il concetto di libertà religiosa, ampiamente acquisito in Occidente e solennemente proclamato nelle dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo (sia mondiale, sia europea), sia inteso in modo radicalmente diverso in molti Paesi del globo, con una caratterizzazione tendenzialmente persecutoria dei diversi da sé.
In particolare, la dichiarazione islamica in materia restringe il concetto di libertà religiosa alla compatibilità con il concetto di persona e di comunità dell’Islàm, fondato su una legge divina. Istruttivo, in tal senso, l’art. 12 (Il diritto alla libertà di pensiero, di fede e di parola): “ Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia, fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito. Nessuno infatti ha il diritto di propagandare la menzogna o di diffondere ciò che potrebbe incoraggiare la turpitudine o offendere la Comunità islamica” (nel 1990 è stata proclamata la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell'Islam, il cui art. 10 dice semplicemente: “l'Islam è una religione intrinsicamente connaturata all'essere umano. È proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull'uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un'altra religione o all'ateismo”).
Su questi presupposti, patentemente alternativi al concetto di libertà religiosa intesa come declinazione dei diritti nativi di ogni uomo, con gli unici limiti naturali dell’ordine pubblico e del buon costume, sono portato a ritenere, pessimisticamente, che le rivoluzioni che tanto hanno entusiasmato un’opinione pubblica occidentale distratta e superficiale (tiepida come la loro spiritualità) si convertiranno presto in involuzioni confessionali sulla scorta del pessimo esempio dell’Iràn; la democrazia, di cui noi siamo sazi e che respiriamo senza nemmeno più rendercene conto, non si esporterà in questi regimi rivoluzionari; non è compatibile con una visione teocentrica dei rapporti istituzionali ed umani.
Questo è il futuro, assai prossimo, che ci aspetta; insieme ad altre ondate di persecuzione degli alieni cristiani, spinti a fuggire dai Paesi in cui sono radicati da due millenni, per una questione di vita o di morte.
Spero che l’avvenire mi dia torto; tuttavia, la pressoché totale sparizione dei Cristiani dall’Iraq nell’ultimo decennio rappresenta un sinistro campanello d’allarme.
Resta la promessa del Salvatore: ianuae inferi non praevalebunt. 
Purché cessi la nostra indifferenza.

mercoledì 31 agosto 2011

Lampi (17): Quaresima e Ramadàn


Si è concluso il mese penitenziale di Ramadàn, seguìto con grande concorso di popolo e devozione dai fedeli dell'Islàm, in tutto il mondo e anche in Italia. 
Pure a Saronno, stando ai resoconti giornalistici, una folla di 1.200 persone ha pregato insieme in un'improvvisata moschea, largamente pavesata con le bandiere tricolori italiane. 
A Milano, la caritatevole Vice Sindachessa ha partecipato al rito e le è parso bene farlo, come testimonianza, con tanto di capo vistosamente velato.
E' proprio vero che i tempi cambiano: quanti Italiani, teoricamente quasi tutti cristiani, si ricordano della Quaresima? La Pasqua ridotta ad occasione di ponte lungo, vanificata la memoria del pilastro della Fede: la Risurrezione.
Oggi si parla quasi solo di ramadàn, anche al bar; ricorrenza entrata nel linguaggio comune; la quaresima è solo un impiccio, con il suo modesto digiuno, non più osservato (siamo tutti moderni e laici, qualcuno si definisce cattolico adulto, sempre in prima fila per l'integrazione - in quale senso non si sa).
Intanto, le chiese sono vuote, le moschee - anche quelle provvisorie - sono strapiene, con tantissimi bambini.
Non ci resta che imparare, altrimenti, nel giro di poche generazioni, dei cristiani non resterà neppure la testimonianza e il capo velato dominerà (solo per le donne, scil.). 

martedì 3 maggio 2011

Ricami (40 ): nel post-Osama, evviva il Pakistan


Osama bin Laden è stato individuato ed eliminato a circa 60 km da Islamabad (“città dell’Islam”), capitale del Pakistan, definito nazione indispensabile per il controllo dei terroristi, alleato in prima linea degli USA.
Un bel Paese, in cui, l’intento discriminatorio nei confronti degli infedeli è esplicito: in Pakistan infatti, dove la minoranza cristiana e induista rappresenta il 5%, ossia circa 9 milioni di persone (milioni, non bruscolini), è stata imposta la shar’ia, la legge coranica, come unica fonte del diritto, a cui sono soggetti anche i non musulmani, con conseguenze aberranti:
  •  alle elezioni, i non islamici possono votare solo per i pochi seggi loro riservati;
  •  per la celebrazione dell’Eucarestia cristiana, i sacerdoti devono munirsi di permesso della Polizia per usare il vino, altrimenti proibito e punito;
  •  in tutte le scuole pubbliche è obbligatorio seguire l’insegnamento della religione musulmana anche per gli alunni appartenenti ad altre fedi;
  • la legge contro la “blasfemia” (art. 295 del Cod. pen.) prevede pene durissime, fino alla pena di morte, per chi sia sospettato d’aver offeso l’islam (circa 700 cristiani sono stati imprigionati per tale ragione, senza possibilità di difesa, poiché la testimonianza dei musulmani prevale d’ufficio su quella dei cristiani); 
  • tutte le cause civili e penali sono decise secondo il Corano, nei tribunali guidati da religiosi musulmani, anche se le parti non sono musulmane.

Il paese sognato da Osama, dunque, che l’alleato ai pakistani Obama ha fatto togliere di mezzo.

Chissà come la prenderanno i Pakistani pii, devoti e pacifici: così?

martedì 12 aprile 2011

Un nuovo sguardo sulla religione: dibattito


Interessante scambio di opinioni con Benedetto Ippolito in materia di fenomeno religioso, a cui replico con ulteriori riflessioni, nell'àmbito di un dibattito sempre più coinvolgente ed attuale:
Dice bene Benedetto Ippolito: “Noi ci troviamo ad avere a che fare con una realtà sociale in cui non soltanto la religione è tornata a guidare la valutazione collettiva e a caratterizzare le scelte politiche, ma in cui la convivenza tra persone che hanno dottrine e stili di vita diversi non potrà che aumentare”.

In effetti, la religione è tornata sorprendentemente ad avere un’influenza notevole sulla vita quotidiana in gran parte dei Paesi del mondo, con un revirement stupefacente ove si consideri – per contro – di quanto spazio si siano dotati per facta concludentia il relavitismo, il secolarismo, la globalizzazione rispetto ad ogni credo religioso.
Il fenomeno religioso, dunque, anche agli occhi di chi – pur non credente – vi posi lo sguardo, appare sempre di più come un fenomeno sociologicamente e socialmente influente, come un’agenzia di pensiero e di aggregazione che partecipa profondamente alla storia contemporanea ed alla crescita ed allo sviluppo dell'uomo e della società: un “laico”, sanamente tale, non può non ammetterlo sotto questo punto di vista non fideistico.
Non c’è da meravigliarsi, a questo punto, se le diverse religioni – ciascuna con la sua tipicità ed identità – entrino in frizione tra di loro: i fedeli dell’una o dell’altra, infatti, sono pur sempre uomini, come tali fragili applicatori dei princìpi di fratellanza, di tolleranza e di diritto naturale (tra parentesi, anche questo concetto non è poi del tutto univoco nello spazio e nel tempo…).
Per ragioni storiche e di tormetosa maturazione interna, tuttavia, non tutte le religioni si sono messe sullo stesso piano in tema di riconoscimento rispettoso delle altre e dei diritti di libertà.
Al di là dei documenti giuridici collettivi, cui ho fatto cenno nel mio precedente intervento, invero, dobbiamo rilevare come – ad es. – nelle Chiese cristiane, massime in quella cattolica, dal concetto “extra Ecclesiam nulla salus” si è transitati ad una maggiore comprensione e solidarietà rispetto alle altre fedi, in cui si riconosce, nella forma misteriosa del vento dello Spirito, una scintilla del divino.
Giovanni Paolo II di v.m. si è spinto molto avanti in tal senso, al punto da chiedere perdono per le non poche occasioni in cui, nei secoli, la Chiesa si è macchiata di persecuzione nei confronti di altri.
Credo si possa dire con buona approssimazione, dunque, che – da parte del mondo cristiano – non siano ravvisabili, oggi come oggi, intenti egemonici, men che meno compulsivi o costrittivi.
Dall’altra parte, è possibile dire altrettanto per altre confessioni? Non è stato il XX secolo (e lo è pure l’attuale) il secolo più caratterizzato dalle persecuzioni anticristiane? Di carattere puramente religioso, in alcuni casi, di carattere religioso-etnico in molti altri.
Di questo secondo tipo, a partire dall’eccidio degli Armeni (tuttora negato dai Turchi) sino alla “pulizia etnica” nella ex-Jugoslavia o alle leggi di alcuni Stati della Federazione Indiana che vietano la conversione dall’induismo ad altri culti ed il proselitismo dei cristiani o alla legge sulla blasfemia in Pakistan (che tutela gli islamici contro i cristiani, cui è negata anche la capacità di testimoniare) o alla confessionalità integrale-escludente di taluni Paesi buddisti (come la Cambogia).
Del primo tipo, tanto per restare alla cronaca, gli eccidi dei cattolici in Iraq, dei copti in Egitto, dei cristiani in Libano (erano il 50% nel 1945, oggi si sono ridotti al 30%) e a Timor e Dilì, dei “cristeros” in Messico, dei cristiani nelle Filippene del Sud o in Indonesia. Per non parlare delle lugubri persecuzioni nei Paesi sovietici e comunisti.
Condivido – e desidero condividere – che “la grande sfida umana della religione è quella di stimolare la persona a crescere nella razionalità, non nella superstizione e nel fondamentalismo. E questa crescita significa pensare che ogni tradizione culturale e religiosa sia un modo umano d’intendere, magari imperfettamente o talvolta perfino errato, lo stesso mistero che il cristiano conosce pienamente grazie alla Rivelazione”; un pensiero di Benedetto Ippolito brillante e pieno di entusiasmo.
Non mi nascondo, però, che in questo mondo della disuguaglianza delle religioni e delle loro interpretazioni dei valori fondamentali di libertà persista la dicotomia precristiana tra la libertà dei Greci e la sudditanza dell’Imperatore di Persia, tra occidente razionale ed oriente assolutista, di cui Lepanto e la battaglia di Vienna sono stati evidenti successori.
Sono mentalità diverse, profondamente diverse, spesso incompatibili; quella occidentale, in accelerata perdita di identità e tradizioni e succube di un sottilmente diffuso relativismo, in una fase di debolezza e di quasi volontaria incapacità di difesa, per eccesso di rispetto (la questione del crocifisso discussa dalla Corte Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo è paradigmatica, come l’esclusione dell’origine giudaico-cristiana dalla “costituzione” europea); quella orientale in vivace crescita, anche demografica, involutiva nei costumi e aggressiva, fondamentalista nell'intento di conquistare (pure attraverso le democratiche leggi dei Paesi occidentali, ritenute per ciò stesso imbelli).
La speranza è una delle virtù teologali per il cattolico: di questa vedo ammantato l’ottimismo del mio cortese interlocutore; mi auguro che basti, insieme alla fede ed alla carità, a cui – seppure nella declinazioni di culti, riti e credenze differenti – si ispirino anche i non cristiani ed i non credenti, nel rispetto reciproco almeno “umano”: strada stretta ed impervia, ma non di meno degna di essere percorsa.

venerdì 18 marzo 2011

Ultim’ora: il Crocifisso “sdoganato”


Giunge ora notizia del deposito della sentenza con la quale la Grande Chambre della Corte Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU), sul ricorso in appello proposto dal Governo italiano, ha ribaltato la decisione di primo grado e sdoganato la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche pubbliche italiane, come in sintesi dall’abstract del comunicato-stampa della Corte:

Crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane: la Corte non constata violazioni
Nella sentenza definitiva di Grande Camera, pronunciata oggi nel caso Lautsi e altri c. Italia (ricorso no 30814/06), la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha concluso a maggioranza (quindici voti contro due) alla:
Non violazione dell’articolo 2 del Protocollo no 1 (diritto all’istruzione) alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Il caso riguardava la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche in Italia, incompatibile, secondo i ricorrenti, con l’obbligo dello Stato di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e insegnamento, il diritto dei genitori di garantire ai propri figli un’educazione e un insegnamento conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche.

Mi riprometto quanto prima di formulare le mie osservazioni alla sentenza, dopo averne dato lettura (è disponibile il solo testo integrale in lingua francese, di 56 pagine!).
Sin d’ora, manifesto la mia soddisfazione per l’esito positivo della vicenda, che – pur nella giusta affermazione del necessario rispetto della libertà religiosa (o areligiosa) e del divieto di discriminazioni – sembra avere còlto la peculiarità del nostro ordinamento e del bagaglio di valori e di tradizioni su cui si fonda.

domenica 2 gennaio 2011

Libertà vo cercando…


Notizie sempre più allarmanti dal mondo, in coincidenza con la giornata mondiale della pace, voluta per la prima volta nel 1968 dalla v.m. di Paolo VI: ad Alessandria d’Egitto l’ennesimo attentato ad una chiesa cristiana copto-ortodossa, con un centinaio tra morti e feriti; il Presidente Mubarak, stanco e malato, attribuisce a stranieri l’origine dello scellerato gesto; tuttavia, come ricordavo in un appunto di viaggio del 2009 (http://pierluigigilli.blogspot.com/2009/09/la-resistenza-cristiana-dei-copti.html), nel 1952, alla deposizione di Re Faruk, il 25% della popolazione egiziana era di fede cristiana (massimamente ortodossa copta), percentuale oggi ridottasi al 10%, anche a causa delle insistenti persecuzioni, soprattutto nell’Egitto profondo; anche nel 2007, durante una giornata trascorsa ad Alessandria, vidi una chiesa copta presidiata dalla polizia, la mattina; nonostante ciò, nel pomeriggio, vi fu un attentato con l’uccisione di una ventina di cristiani.

Non posso credere, quindi, ch si tratti di mere casualità; temo ci sia un disegno globale – non solo in Egitto, ma in tutto il Medio Oriente (si pensi all’Iraq, dove i cristiani, minoranza di circa il 10% sino a Saddam Hussein, stanno sparendo ed emigrano in massa) – per scalzare, con la violenza e le intimidazioni, le più antiche chiese cristiane, di origine apostolica.

Il Santo Padre (Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale della Pace) insiste – con fede, speranza e carità – a proclamare che “la libertà religiosa è anche un’acquisizione di civiltà politica e giuridica. Essa è un bene essenziale: ogni persona deve poter esercitare liberamente il diritto di professare e di manifestare, individualmente o comunitariamente, la propria religione o la propria fede, sia in pubblico che in privato, nell’insegnamento, nelle pratiche, nelle pubblicazioni, nel culto e nell’osservanza dei riti. Non dovrebbe incontrare ostacoli se volesse, eventualmente, aderire ad un’altra religione o non professarne alcuna. In questo ambito, l’ordinamento internazionale risulta emblematico ed è un riferimento essenziale per gli Stati, in quanto non consente alcuna deroga alla libertà religiosa, salvo la legittima esigenza dell’ordine pubblico informato a giustizia. L’ordinamento internazionale riconosce così ai diritti di natura religiosa lo stesso status del diritto alla vita e alla libertà personale, a riprova della loro appartenenza al nucleo essenziale dei diritti dell’uomo, a quei diritti universali e naturali che la legge umana non può mai negare”.


Mentre i primi due documenti non pongono limiti, se non quelli dell’ordine pubblico e del buon costume, alla libertà religiosa – intesa come declinazione dei diritti nativi di ogni uomo – la dichiarazione islamica restringe il concetto di libertà religiosa alla compatibilità con il concetto di persona e di comunità dell’Islàm, fondato su una legge divina. Istruttivo, in tal senso, l’art. 12 (Il diritto alla libertà di pensiero, di fede e di parola): “Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia, fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito. Nessuno infatti ha il diritto di propagandare la menzogna o di diffondere ciò che potrebbe incoraggiare la turpitudine o offendere la Comunità islamica” (nel 1990 è stata proclamata la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell'Islam, il cui art. 10 dice semplicemente: “l'Islam è una religione intrinsicamente connaturata all'essere umano. È proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull'uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un'altra religione o all'ateismo”).

La forma eufemistica più frequente per comprimere – se non per negare tout court – la libertà religiosa è appunto l’apposizione di limiti al suo esercizio, tanto più pericolosi, quanto più discrezionali e demandati all’interpretazione e all’applicazione da parte di autorità amministrative/giurisdizionali (in Egitto è obbligatorio riportare sui documenti d’identità ed anagrafici la religione cui si aderisce) o istituzioni espressione di un culto dominante.

In alcuni casi, l’intento discriminatorio è esplicito: in Pakistan, dove la minoranza cristiana e induista rappresenta il 5%, ossia circa 9 milioni (milioni!) di persone, è stata imposta la shar’ia, la legge coranica, come unica fonte del diritto, a cui sono soggetti anche i non musulmani, con conseguenze aberranti: alle elezioni, i non islamici possono votare solo per i pochi seggi loro riservati; per la celebrazione dell’Eucarestia cristiana, i sacerdoti devono munirsi di permesso della Polizia per usare il vino, altrimenti proibito e punito; in tutte le scuole pubbliche è obbligatorio seguire l’insegnamento della religione musulmana anche per gli alunni appartenenti ad altre fedi; la legge contro la “blasfemia” (art. 295 del Cod. pen.) prevede pene durissime, fino alla pena di morte, per chi sia sospettato d’aver offeso l’islam (circa 700 cristiani sono stati imprigionati per tale ragione, senza possibilità di difesa, poiché la testimonianza dei musulmani prevale); tutte le cause civili e penali sono decise secondo il Corano, nei tribunali guidati da religiosi musulmani.

Non molto dissimile la situazione in Sudan, in Somalia, in alcuni stati della Nigeria, ecc., per non parlare dell’Arabia Saudita e dell’Iran.

Nonostante ciò, il Santo Padre “ringrazia vivamente i Governi che si adoperano per alleviare le sofferenze di questi fratelli in umanità” e mitemente “invita i Cattolici a pregare per i loro fratelli nella fede che soffrono violenze e intolleranze e ad essere solidali con loro”. Prosegue Benedetto XVI: “in tale contesto, ho sentito particolarmente viva l’opportunità di condividere con tutti voi alcune riflessioni sulla libertà religiosa, via per la pace. Infatti, risulta doloroso constatare che in alcune regioni del mondo non è possibile professare ed esprimere liberamente la propria religione, se non a rischio della vita e della libertà personale. In altre regioni vi sono forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli religiosi”.

Purtroppo, costatiamo con il Papa che “i cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Tanti subiscono quotidianamente offese e vivono spesso nella paura a causa della loro ricerca della verità, della loro fede in Gesù Cristo e del loro sincero appello perché sia riconosciuta la libertà religiosa. Tutto ciò non può essere accettato, perché costituisce un’offesa a Dio e alla dignità umana; inoltre, è una minaccia alla sicurezza e alla pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale”.

Già, pace e libertà – libertà di essere uomini in ogni componente fisica e spirituale – viaggiano necessariamente insieme. Al di là delle ipocrisie dei fin troppi e costosi summit diplomatici internazionali in cui le sottigliezze, i distinguo, le eccezioni, le riserve mentali sovrabbondano, occorre insistere in ogni modo – lecito, ma fermo – affinché i capi di religioni oggi aggressivamente intolleranti incidano energicamente sui loro fedeli perché anche loro si avviino sulla strada della comprensione (alias "dialogo"), che i cristiani hanno imboccato da tempo; non imitino, però, il cedimento al lassismo ed al relativismo, che ha spinto gl’imbelli rappresentanti dei governi dell’Unione Europea a rifiutare ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane della nostra civiltà.

Mantenere le proprie identità è fondamentale; anche religiosamente. Nel rispetto delle credenze altrui, nella convinzione che lo Spirito agisce in modo multiforme, spesso incomprensibile alle menti umane. Senza rassegnazione. Senza pietistici e malintesi compromessi nell’ambito delle migrazioni in atto, perché “l’apertura alla verità e al bene, l’apertura a Dio, radicata nella natura umana, conferisce piena dignità a ciascun uomo ed è garante del pieno rispetto reciproco tra le persone. Pertanto, la libertà religiosa va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma prima ancora come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità” (ibidem).

Buon anno!

lunedì 17 maggio 2010

Un nuovo Editto di Milano?


Uno dei miei Maestri, cui devo una buona parte della mia formazione, soleva dire che “la prova che la Chiesa sia un’istituzione di natura divina sta nel fatto che essa continua ad esistere da duemila anni nonostante il clero”. Una sentenza apparentemente dura nei confronti dei presbiteri, animata invece da grande affetto, perché ne riconosce la fragilità umana, ancor più accentuata dalla delicata funzione che essi ricoprono e che li pone alla ribalta quotidianamente.
Queste parole mi sono tornate alla mente vedendo alla televisione piazza San Pietro colma di una folla numerosa, radunatasi ieri in un corale gesto di testimonianza di fede e di vicinanza al Santo Padre “desiderosi di sostenerlo nel suo impegnativo ministero, esprimendogli affetto e gratitudine per la sua passione per Cristo e per l’umanità intera” (come scritto nel comunicato della C.E.I.)
Mi sarebbe davvero piaciuto essere là anch’io ed ascoltare le sagge parole di Benedetto XVI: ''Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa. Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo. Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell'amore, nel servizio''. E ancora: ''È quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. È quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l'uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza".
Ubi Petrus, ibi Ecclesia
: io sto con il Papa.Non si tratta di un’autoassoluzione tempestiva dopo la tempesta abbattutasi sulla Chiesa per le vergognose notizie sugli abusi perpetrati da taluni sacerdoti che, invece di essere “datori del sacro”, come dice la parola, hanno inflitto dolore ed umiliazione; è una presa di coscienza perché da questo letame possa nascere il fiore del pentimento e dell’impegno a non ripetersi.
Non può la colpa di alcuni minare o distruggere il mare di bene che un esercito sterminato di credenti, consacrati e laici, riesce a portare nel mondo, il più delle volte in modo silenzioso: sono queste le “divisioni del Papa”, quelle dell’impegno diuturno per la pace, la fratellanza, la carità, le virtù, quelle di cui i mass-media non parlano mai.
Oggi, in un mondo dalla comunicazione diffusa e sempre più urlata, votata alla scandalo, la Chiesa cattolica rimane un baluardo, anche se colpita da velenosi schizzi di fango; nelle prove sa ancora distinguersi con l’umiltà e la reazione, nonostante tutto, nonostante le insidiose campagne di stampa.
Tempi difficili per i cristiani del nuovo millennio; riflettevo – mentre ero dedito alla scrittura di alcune lezioni di diritto ecclesiastico – che forse ci vorrebbe un altro Editto di Milano, come quello del 313 d.C.: “Trovandoci noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente assieme in Milano, per trattare i vari affari relativi al bene e alla sicurezza pubblica, tra le cose che più ci sembrano di utilità generale, credemmo di dover innanzi tutto regolare la questione che concerne il culto della divinità, concedendo così, tanto ai Cristiani quanto a tutti gli altri, di seguire liberamente la religione che più loro aggrada, affinché la divinità che ha la sua sede nel cielo, qualunque essa sia, possa guardare con occhio benigno e propizio noi e chi è sotto la nostra autorità”.

Ma c'è in giro un nuovo Costantino?